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La dichiarazione d’amore per la cucina di Ugo Tognazzi

Posted On giugno 4, 2014 at 12:00 pm by / No Comments

Dalla prefazione de L’Abbuffone di Ugo Tognazzi:

Nella mia casa di Velletri c’è un enorme frigorifero che sfugge alle regole della società dei consumi. Non è un “philcone”, uno spettacolare frigorifero panciuto color bianco polare. E’ di legno, e occupa una intera parete della grande cucina. Dalle quattro finestrelle si può spiarne l’interno, e bearsi della vista degli insaccati, dei formaggi, dei vitelli, dei quarti di manzo che pendono, maestosi, dai lucidi ganci. Questo frigorifero è la mia cappella di famiglia.

Capita che ogni tanto, di mattina, mia moglie mi sorprenda inginocchiato davanti a questo feticcio, a questo totem dell’umana avventura. Me ne sto lì, raccolto in contemplazione, in attesa di un’ispirazione per il pranzo… Questa immagine, indubbiamente paradossale, può darvi una idea di quanto ascetico sia il mio attaccamento ai prosaici piaceri della tavola, e quindi della vita; e di come in fondo io sia da considerare un martire del focolare, anche se sulle braci roventi, in genere, non amo disporre la mia persona ma, sia pur con infinita cura, bracioline di vitellino da latte.

Ho la cucina nel sangue. Il quale, penso, comprenderà senz’altro globuli rossi e globuli bianchi, ma nel mio caso anche una discreta percentuale di salsa di pomodoro. Io ho il vizio del fornello. Sono malato  di spaghettite. Per me la cucina è la stanza più shocking della casa. (…) L’attore? A volte mi sembra di farlo per hobby. Mangiare no: io mangio per vivere. E mi sento vivo davanti a un tegame. L’olio che soffrigge è una musica per le mie orecchie. Il profumo  di un buon ragù, l’adoprerei anche come dopo barba. Un piatto di fettuccine intrecciate o una oblunga forma d’arrosto , per me sono sculture vitali, degne di un Moore. 

Dopo aver preparato una cena , la mia più grande soddisfazione è l’approvazione degli amici-commensali. E in questo, tutto sommato, non faccio che ripetere ciò che mi accadeva a teatro e che ora, col cinema, mi viene a mancare: il contatto diretto col pubblico. In questo mio rapporto d’amore con la cucina  non ho né meditazioni né prescrizioni: io sono il creatore della scena e il suo esecutore, il demiurgo che trasforma le inerti parole d’una ricetta in una saporita e colorata realtà, armonizzando e proporzionando gli ingredienti, percependo anche emotivamente il giusto punto di cottura, partecipando visceralmente alla frittura delle patatine, soffrendo con l’aglio dentro l’olio bollente, estasiandomi di soffritto, beandomi d’ogni sugo, perdendomi far gli aromi e gli odori, amando una fogliolina di basilico appena colta, immolata sui fumanti maccheroncini al pomodoro. La mia è una cucina d’arte. La soffro come pochi. Ed è per questo che do un’ importanza fondamentale anche alla scenografia che l’accompagna, all’atmosfera che la circonda, a tuto quel flusso di sensazioni piacevoli che ti provengono dalla memoria o dall’ambiente, e che investono prepotentemente il piatto che hai davanti, arricchendolo di antichi e nuovissimi significati. Come a Proust ogni oggetto sussurrava ricordi lontani e sepolti, così a me ogni cibo rammenta tempi perduti o ritrovati. E la gallina bollita, per esempio, mi fa riandare alla nonna, alle domeniche di cremona, alla mostarda; e i lamponi freschi mi ricordano lontane e rare villeggiature in montagna con i miei genitori. 

Ingordigia, golosità: parole sciocche, dettate della morale corrente punitiva e masochista. Ognuno è libero di fare la sua scelta, anche di morire gonfio di foie gras o stremato dagli amplessi. Disoccultiamo queste due sane, grandi e materialistiche passioni, per troppo tempo tenute nel ghetto della peccaminosità. Riesumiamo quella morale epicurea della gioia, della vita, che fece grande la romanità e il Rinascimento, riavviciniamoci con partecipazione al flusso ininterrotto e secolare della bava, dello sperma e della merda; recuperiamo, nel caso del cibo in particolare, una dimensione che si sta sempre più disfacendo, assediata com’è dalle schiere dei liofilizzati, dei surgelati, degli inscatolati. Una volta c’era una nonna, una mamma, una campagna, un orto. Ricreiamoli. Dipende da noi”.  

Ugo Tognazzi – L’Abbuffone

 

Ps. L’Abbuffone e i suoi capitoli saranno protagonisti della cena presso La Tognazza del 28 giugno 2014 organizzata con Senso & Gusto e lo chef Gabriele Zanini. Le ricette di Ugo rivisitate e un percorso narrativo che ci racconta La Tognazza e la cucina di Ugo. Prenotazioni già aperte: associazione@latognazza.net – tel. 06 9625352

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